Gran Fondo Marco Pantani 22.06.2008

Quasi tremila ciclisti affollano il rettilineo di partenza dell’Aprica, indossando la maglia verde in memoria di Marco Pantani. Nonostante la quota di oltre 1000 metri di altitudine, il sole scalda già la nostra pelle, e si prepara a cuocerci alla grande per i 150 km del percorso medio. Inizio a rispondere alle prime domande del giorno:

“Ma fai il Mortirolo?”

“Con questa?”

“L’hai già fatto?”

Sorrido.

Partiamo a velocità controllata lungo la discesa che porta fin giù a Edolo (700 mslm), dove si svolta a sinistra in direzione Ponte di Legno. Ora ci tocca pedalare, ma almeno la strada fino ai piedi della salita del Gavia è un leggero sali-scendi, dove tutti i gruppetti che vedo, tengono un andatura molto molto risparmiosa, in vista di quello che ci aspetta. A differenza degli altri anni, oggi scelgo anche io di adottare una strategia orientata al risparmio, almeno fino ai piedi del Mortirolo, per dare il meglio nella salita delle salite. Nei tratti di leggera discesa il vantaggio aerodinamico della mia reclinata è tale che non posso fare a meno di superare il gruppo con cui procedo, e gli scaltri inseguitori rimasti a ruota dimostrano di gradire il mio passo, sorridono e mi ringraziano, mentre sono inquadrati dalla mia telecamera:

“Grazie! Ti offrirò una cena!”

“Toglimi una curiosità, ma in discesa come fai?”

“E in salita?”

Un grande cartello giallo a bordo strada segnala l’inizio della salita (lunghezza 17 km, dislivello 1400 m, pendenza media 8% massima 15%) verso il Passo Gavia (2650 mslm). Inizialmente lo stradone si presenta con pendenze non importanti, largo e ben asfaltato, ma presto comincia la salita vera e propria: la carreggiata si stringe, il manto stradale più grezzo, i rapporti diventano agili e lungo una serie di tornanti panoramici la veduta sulla Valle delle Messi si amplia man mano che ci si arrampica. Brevi tratti con pendenze importanti sono solo un timido assaggio di quello che il Mortirolo ci farà assaporare più tardi. Entrando all’ombra del bosco, quando le pendenze ed il fiato corto lo permettono, scambio poche battute con un compagno che chiede consigli:

“Che strategia mi consigli per fare il Mortirolo?”

“Risparmia” rispondo.

Quando mancano poco più di 3 chilometri al passo, entriamo in una galleria buia e non illuminata, lunga 200 metri (sembra non finire mai) dove l’equilibrio su due ruote non è più scontato. L’ingresso della galleria in cemento armato grigio è così cupo e tetro che manca solamente la scritta “…lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. Appena fuori il panorama è decisamente cambiato. Ai bordi della strada, distese candide di neve a macchia di leopardo sui fanchi delle montagne, scendono fino a lambire i bordi della strada. In lontananza il rifugio del Passo Gavia è appena visibile e si mimetizza con le rocce circostanti. Nonostante la quota raggiunta e i chilometri di salita alle spalle, le sensazioni sono buone, la strategia del risparmio, ed i rapporti generosi (39×27) hanno salvato la gamba. Il ristoro è un momento di festa, dove la soddisfazione per lo sforzo finito, si mescola lentamente alla preoccupazione per quello che arriverà, e il numero di panini, pezzi di frutta, spicchi di limone, trangugiati come fossimo a digiuno da giorni, è il risultato di una media tra quello che vuoi recuperare, e quello che puoi chiedere al tuo stomaco di digerire. Impugno la telecamera con la mano sinistra, la accendo ed inizio a registrare la discesa più bella del mondo! Mi affido completamente al freno anteriore, comandato con la mano destra. Dopo le prime curve, verifico che posso scendere in sicurezza anche come cameraman: 14 chilometri di curve e tornanti fino a S.Caterina in 14 minuti di riprese non stop. Bormio dista ancora 12 chilometri, e nei lunghi stradoni rettilinei percorsi in solitaria si raggiungono velocità folli.

“Mi hai superato come se fossi fermo!” E’ la testimonianza che sentirò più tardi.

Attraversato il centro abitato di Bormio (1220 mslm) la strada continua a scendere con pendenze minori fino a Mazzo in Valtellina (550 mslm) e quando mancano poche centinaia di metri all’attacco del Mortirolo, cerco di rilassarmi il più possibile, mentre sento arrivare le prime imbarazzanti domande interiori [Ma chi te lo fa fare?] [Ce la fari ad arrivare fino alla fine?] [Non avrai già speso troppo?] Un ristoro è allestito in posizione strategica, all’ingresso del paese, e qui sono accolto come una star dai volontari ma anche dai compagni di avventura:

“Fai il Mortirolo?”

“Con questa?”

“Davvero?”

Ok, sono pronto. Affronto i primi chilometri con la stessa calma che mi ha portato fino a qui, buttando giù subito il rapporto più agile, e cercando di fare attenzione più che alla fatica, al semplice fatto di mantenere una velocità minima per rimanere in equilibrio. I momenti più bui arrivano tutte le volte che vedo compagni scendere a piedi e spingere la bicicletta, o fermarsi nei tornanti con la schiena piegata sulla bici, e un fiatone da infarto! Vedere tanti mollare e arrendersi alla fatica, non aiuta certo a tenere duro, anzi, giustifica anche per me un momento di pausa; ma se ascolto le gambe mi accorgo che per tutta la prima metà di salita ciò che mi fa più male è la paura della fatica, è il dubbio, e l’incredulità di scoprirmi fare quello che razionalmente mi sembra impossibile o molto difficile. Superato il ristoro a metà scalata, mancano ancora 6 km allo scollinamento, e la riflessione interiore prosegue, per arrivare a livelli di chiarezza che raramente ho raggiunto in circostanze più “comode”. Comprendo che per andare più veloce devo lasciare andare tutto ciò che mi appesantisce. I dubbi, le paure, le preoccupazioni, le mie convinzioni su quello che posso e non posso fare, sono quelle che mi fanno male, e mi trattengono dal godere del momento. Non posso spiegare con parole la commozione profonda e la gioia di questa scoperta. Decido di sacrificare la mia sofferenza qui, ora, per liberarmi dalle colpe, dagli sbagli, dagli errori, che ho portato con me fino a qui, che mi hanno legato fino ad ora.

Quando manca poco più di un chilometro alla fine, i commenti attorno a me sono di tono decisamente diverso

“Basta! Il Mortirolo è l’ultima volta! Spero che sprofonda nel profondo del profondo…” (riportato letteralmente)

E commenti simili si sentiranno ancora nei dintorni del palaghiaccio dell’Aprica, dopo il pasta party, dove anche io mi chiedo se l’anno prossimo vincerà la parte che ripete [l’ho già fatto] oppure la curiosità di mettermi nuovamente alla prova.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: