Gran Fondo Campagnolo 15.06.2008

 

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura!  Tant’è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.”

Domenica 15 Giugno 2008, ore 14.20

Sulla strada provinciale che da Feltre arriva a Castelfranco Veneto, fiumi di adrenalina purissima scorrono ancora nelle mie vene e attenuano il dolore per lo sforzo prodotto dalle 4 ore di “inferno” sulle strade della Gran Fondo Campagnolo. La storia ha inizio Sabato mattina, quando davanti al PC consulto la planimetria della gara, l’altimetria del percorso, e raccolgo le informazioni più dettagliate sulle previsioni meteo per domani. La mattina dovrebbe reggere, ma per chi si avventura sul percorso lungo le probabilità di pioggia sono alte.

Sabato 14.06.08, ore 21.00

La temperatura è mite, ma il cielo è coperto… A pochi metri dal Palaghiaccio un cartello segnala: ULTIMO CHILOMETRO; mi incammino a piedi per la perlustrazione, che mi mostra cosa ha partorito la mente sadica degli organizzatori prima dell’arrivo…

Ore 22.00

Prima di dormire dedico alcuni minuti ad un esercizio straordinario che domani mi porterà molta fortuna. Ad occhi chiusi, mi rilasso, mi concentro, e cerco di vedermi come vorrei essere (molto veloce!) mentre pedalo in gruppo, nelle fasi iniziali di gara, nelle salite, in discesa, fino all’arrivo che ho appena visto.

Domenica 15.06.08, ore 6.00

Risveglio a suon di sportellate, nel campeggio adiacente il parcheggio del Palaghiaccio di Feltre. Tanti ciclisti arrivano ora, e per me che ancora dormo, sembra che si divertano a chiudere e sbattere tutte le porte della loro auto, baule compreso. Pazienza. Il cielo almeno è incredibilmente sereno, e non si vede una nuvola! Siamo a soli 271 metri di altitudine, ma la temperatura a quest’ora è frizzante come fossimo già in alta quota. La maggioranza adotta un abbigliamento estivo (ottimista) e io faccio altrettanto, nella speranza di arrivare prima che le nuvole previste nel pomeriggio, rovescino il loro carico di pioggia.

Ore 7.30

Siamo partiti!

Nei primissimi chilometri ondulati verso Cesiomaggiore, l’andatura non è folle, come accade più spesso nelle partenze di pianura, e mi sembra di non andare un granché bene, perché la leggera pendenza abbassa la velocità del gruppo e anche la mia.

“Che spavento!!! Ho visto arrivare due piedi…”

“Ah! Recumbent”

Iniziano i commenti ai quali non posso fare altro che rispondere allargando le braccia. Nei brevi tratti di leggera discesa inizio a risalire il gruppo con prudenza (la mia strategia per oggi è partire con calma, e crescere progressivamente fino alla fine). Davanti a me posso vedere in lontananza la strada che torna a salire, invasa dal fiume di ciclisti che mi precedono. La telecamera di adrenaline channel (www.adrenalinechannel.it) a bordo di uno scooter, mi affianca e mi supera di un paio di metri. Dopo un breve scambio di battute tra il giovane cameramen (visibilmente divertito dal nostro incontro) ed il suo pilota, la telecamera mi punta per un paio di minuti mentre insieme risaliamo lentamente il gruppo. Da Sospirolo a località California la strada non sale mai decisamente e…

“Eccolo, è lui! Anche oggi mi passi! Sempre così, oh!”

La prima versa salita di oggi è l’ascesa a Forcella Franche (992 mslm). Già sui primi tornanti ho l’impressione che le gambe mi abbiano firmato un assegno in bianco, permettendomi di spendere senza paura tutto quello che voglio. Salgo ad un ritmo che non evita di procurare qualche invidia nei compagni più “appesantiti” dalla prima vera fatica del giorno. Il primo ristoro è un paradiso per i miei occhi! Bottiglie di Coca Cola e perdita d’occhio, e quando ne chiedo un bicchiere, me ne offrono prontamente due! Ristorato dalla bevanda “con tutte quelle bollicine” devo preoccuparmi di recuperare i 5 minuti di sosta. Pochi metri dopo si presenta il bivio tra i percorsi medio e lungo, di fronte al quale non ho dubbi: il lungo sarebbe straordinario… ma non oggi, grazie. Rimango molto saggiamente sul medio, e solo molto chilometri dopo, capirò quanto questa scelta sia stata benedetta!

Proseguiamo in direzione del Passo di Cereda (19 mslm) risalendo una stretta gola scavata nella roccia da un torrente che si sente scorrere fragorosamente molti metri sotto il livello della strada. Attraversiamo ripetutamente brevi, strette, buie ed umidissime gallerie ricavate nella roccia nuda, ed ogni volta suono il mio campanello, per segnalare il mio passaggio, ma anche per giocare con l’acustica divertente di queste volte rocciose. Qui trovo, per qualche chilometro, un traino eccezionale: un ciclista in gran forma mi precede, ed insieme superiamo tra una galleria e l’altra. [Ma perché quando passa lui non dite nulla, e invece quando passo io rimanete quasi spaventati?] Un ciclista distratto (non dal mio passaggio) si avvicina pericolosamente al compagno a fianco, e sbanda di scatto fino ad infilare la sua ruota anteriore nei piedi dell’altro! Lo vedo già per terra, proprio ad un metro davanti a me, ma la dea bendata lo sorregge miracolosamente! Con un gesto acrobatico riesce a recuperare l’equilibrio, ed io sono contento per lui, anche per me.

La salita al Passo di Cereda è così breve che non riesco nemmeno a raccontarla. Oggi la bici è strepitosa. Il cambio un orologio svizzero! I freni daranno il loro meglio tra poco: davanti a me la prospettiva di una discesa da urlo fino a Fiera di Primiero. Prendo velocità immaginando di essere un deltaplano che si lancia da un pendio per prendere il volo. Come inizio a scendere, una canzoncina allegra si mette a suonare nella mia mente, per fare da colonna sonora allo spettacolo! Nei tornanti iniziali punto i compagni davanti a me come fossi un aereo da caccia (oggi a questa bici mancano veramente solo le ali). Cerco di intuire le loro traiettorie in curva, per superarli in sicurezza, e quando mancano pochi metri all’ingresso in curva mi aggrappo ai freni superandoli improvvisamente. Esco dal tornante già in vantaggio di qualche metro, e mentre sono ancora completamente coricato posso iniziare a spingere sui pedali [prova a starmi dietro se ci riesci…] nei lunghi rettilinei che seguono, raggiungo velocità che è meglio non raccontare a casa… Non vorrei che finisse mai, ma Fiera di Primiero è già qui, e in due curve è già passato.

La statale scende quasi sempre in leggera pendenza e i prossimi 20 km sono come una gara a cronometro. Si forma un trenino in fila indiana dove vedo con grande sorpresa numeri di pettorale a due cifre. Consapevole (più o meno) dell’impegno richiesto dall’ultima salita, resto sempre coperto e mi concedo un paio di allunghi solo quando scendiamo nelle ultime gallerie, con pendenze che mi avvantaggiano tanto da lasciarli ad almeno 500 metri. In località Ponte d’Oltra l’ultima salita ci accoglie con un secco cambio di pendenza accompagnato dallo sgranocchiare metallico di ingranaggi e catene sottosforzo. La sensazione è subito chiara: le gambe non sono più quelle di prima. Gamba di legno è un dilettante a confronto! Provo a correre ai ripari inserendo rapporti troppo agili che non fanno altro che aumentare i crampi. E’ meglio andare più duro.

“L’hai fatta tu o si trovano in vendita…?”

“E’ comoda…? E in discesa…?”

Non è questo il momento… ma cerco di rispondere simulando un sorriso di circostanza.

8 km alla fine della salita

“Bravo! Bravo!” “E noi no? Il solito esibizionista!”

5 km alla fine

“Bravo! Bravo!”

3 km alla fine

Le ginocchia e le gambe sono infuriate e gridano: BASTAAAAAAAA!!!!!

1 km alla fine

[Me la ricordavo dura, ma non così tanto. Ma non molla mai?!!]

Il Passo Croce d’Aune (1015 msls) è fatto! Nell’ultima discesa mi tolgo la soddisfazione (poco consolante per le mie gambe) di andare a prendere gli ultimi 20 che mi hanno passato in questa infernale salita. Mentre scendo, non posso dimenticare la soddisfazione immensa, la gioia enorme, la commozione profonda, le lacrime agli occhi e le braccia al cielo, durante questa stessa discesa, nella mia prima Gran Fondo Campagnolo, dopo oltre 200 km e 4800 metri di salite (e senza l’allenamento di oggi). Sinuose stradine di campagna portano fino a Feltre, dove un paio di vigili urbani assicurano il blocco del traffico e fanno cenno di andare sempre dritto verso il Palaghiaccio. L’ultimo chilometro inizia nel rettilineo di viale Marconi dove vedo ancora pochi ciclisti arrivati prima di me. In fondo una curva a sinistra su pavè porta nel centro storico dove le transenne messe di traverso, ed il pubblico assiepato nel punto più delicato del percorso, sembrano improvvisamente  sbarrare la strada a chi non è preparato. Qui i volontari richiamano l’attenzione e si sbracciano con le loro bandierine per convincermi a svoltare a sinistra ed entrare nella stretta porta imperiale ricavata tra le imponenti mura rinascimentali. Mi butto a sinistra, ma non vedo nulla distintamente, perché a questa velocità le vibrazioni sul pavè sono come un martello pneumatico a piena potenza. Attraversata la porta, davanti a me “solo” 500 metri di salita tra due ali di pubblico che mi salutano come una star. L’arrivo in piazza maggiore è decisamente coreografico, (ieri sera ho apprezzato con calma l’architettura dei palazzi storici del centro) ma ora non vedo nulla ad altezza sopra i 50 cm dal terra.

L’inferno è finito.

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