Gran Fondo Gimondi 18.05.2008

Sono le 6.50 del mattino. C’è un mare di gente (4500 iscritti), mi sono messo diligentemente in coda all’oceano di ciclisti che si accalcano nella strada dietro al lazzaretto di Bergamo, suscitando i soliti commenti. Opto dall’inizio per il percorso corto (95 km e 1200 metri di salite). Alle 7 e qualche minuto la partenza: soliti ingorghi fino alla Rotonda delle Valli con dibattiti volanti più o meno irriportabili a proposito dei diritti di precedenza, poi si comincia a pedalare: cerco di non forzare troppo l’andatura e anche così supero decine di ciclisti: so che dopo qualche km comincia la prima salitella, piuttosto breve ma con degli strappi da prendere con le pinze. Attacco con un rapporto MOLTO agile e mi accorgo sorprendentemente che continuo ad andare più veloce della media degli altri… e la gamba gira bene. Arrivo a Cenate Sopra, punto di scollinamento senza aver sofferto assolutamente, comincio a pensare che non sarà come Vicenza (crampi iniziati al km 50 e durati fino al km 110, il traguardo), anche se è presto per dirlo. Mi riprometto di conservare la gamba anche nei tratti dove l’aerodinamica mi avvantaggia, ma nel punto che segue i primi due tornanti appena sotto il colle dove ad un rettilineo in discesa ne segue uno in salita mi dimentico tutto e mi lancio come un missile appena uscito dalla curva arrivando in cima in un lampo: gli altri sembrano davvero fermi…

Ormai il serpentone dietro di me, che all’inizio non c’era visto che ero partito ultimissimo, si è allungato parecchio. Visto che ormai ho preso fiducia nelle mie possibilità non rimango in nessun gruppo, ma ogni volta che ne raggiungo uno resto dietro qualche decina di secondi, poi comincio la risalita: presto faccio da apripista a decine di concorrenti che come al solito non pensano neanche lontanamente a darmi il cambio. Dopo il bivio per il colle Gallo il gruppo si ricompatta. Qui arrivo con la speranza di tenere almeno il passo degli altri, visto che mi sembra ormai di stare bene. Invece no. Nel senso che continuo a superare gente. C’è qualcuno che mi sorpassa, ma il rapporto è più o meno di 1:10. Sul colle Gallo non mi fermo neanche al ristoro, ho in tasca una blob disgustoso che ha un etichetta che ne sconsiglia un utilizzo quotidiano prolungato oltre le 6/8 settimane (e mica l’ho trovata in farmacia, ma al supermercato…) che però in quanto ad apporto calorico sembra faccia il suo dovere.

Discesa fino ad Albino a manetta, e quando arrivo in fondo mi accorgo di riprendere a pedalare con agilità inaspettata, per cui mi rendo conto che anche la salita a Selvino sarà una cosa fattibilissima: 10 km e 600 metri di dislivello, anche qui il rapporto tra superati e superatori è decisamente a favore dei primi. E visto che la pendenza non è una cosa che taglia le gambe, i commenti non si risparmiano:

“Grande!!!” E’ il più gettonato.”Eh sì, 1 metro e 90″ la risposta.

Il più sincero: “Quando vedo quegli attrezzi che mi superano, mi viene voglia di buttare la mia bici in un fosso”

“sarebbe ora” la replica, poco diplomatica visti i rapporti di forza, lo ammetto.

Chissà perché quando vado male chi mi passa via mi fa capire: “Con una bici così dove vuoi andare?”, quando vado bene invece: “Cavolo ma se mi passi via così sei un grande…” mai a nessuno che venga il dubbio che si vada né più né meno come tutti i terrestri che se sono allenati vanno, se non lo sono no.

Da Selvino discesa fino a Zogno e qua pago la mancanza di rapporti adeguati: il 50/12 è troppo poco, le gambe girano a vuoto e qualche temerario su trespolo sadomaso infila il 53/11 e mi fa vedere la polvere. A Zogno comincio ad accorgermi di stare arrivando alla frutta: la discesa con le gambe che giravano a vuoto mi ha fatto raffreddare e il mio retto femorale comincia a lamentarsi. Riesco a tenere un’andatura sostenuta fino al viadotto di Sedrina dopodiché il lamento diventa un urlo: gli oggetti ai lati del mio campo visivo cominciano ad apparire meno sfumati, segnale inequivocabile di un rallentamento. Per fortuna mi raggiunge un atleta ultra50enne con polpacci che neanche Oriali dei tempi migliori che stantuffano meglio delle bielle di un Eurostar. Molto disonestamente mi ci infilo dietro, questa volta senza pensare minimamente a stargli davanti (che cavolo un po’ per uno no?) e mi tira fino a Bergamo, raccogliendo per la strada altri ciclisti al limite della implosione che a qualche centinaio di metri dall’arrivo scattano passandoci davanti. A quel punto chiedo al mio retto femorale se se la sente e lui:”per stavolta però poi basta”. Allora mi butto anch’io, raggiungo i due in fuga (erano avanti tre metri eh, mica 50) quando vedo che frenano improvvisamente: guardo avanti e c’è un tizio dello staff che mi sbandiera come un epilettico, penso prima a un incidente ma poi mi accorgo che è una banalissima svolta. Io a frenare non ci penso nemmeno, infilo la curva smettendo di pedalare qualche attimo e quando ne vengo fuori gli altri due sono dietro di 15 metri. Arrivo a 20 metri del traguardo e rallento per farli passare, non ho mica preoccupazioni da cronometro, ma godo sadicamente a vedere le facce degli altri quando si accorgono di come vanno queste bici…

All’arrivo stretching del mio povero retto femorale che si è sacrificato così volentieri e lui subito ringrazia smettendo immediatamente di urlare, e così pacificati ce ne torniamo tutti e due a casa per dedicarci alla doccia e alle cotolette col purè.

Enrico B.

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